Se esiste una parola per dire i sentimenti dei sardi nei millenni di isolamento fra nuraghe e bronzetti, forse è felicità (...) Cantavamo, morivamo, danzavamo di padre in figlio, crescendo di numero e esperienza dell'isola. Eravamo felici. Chiamavamo noi stessi S'ard, che nell'antica lingua significa danzatori delle stelle. Usir di Mo disse:" Il disegno del creatore è imperscrutabile, spesso la morte giunge inattesa e invincibile ma altrettanto spesso un pugnale di pietra levigata saputo usare al momento giusto salva la vita di un uomo". Non lasciavamo altre tracce che i nuraghe, le navi di bronzo di Urel di Mu e i piccoli uomini cornuti, guardiani dell'isola, che molti fecero imitando Mir. Nessuno sapeva leggere e scrivere. Passavamo sulla terra leggeri come acqua.

Sergio atzeni

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